Madeleine Delbrel - Apostole Sacro Cuore

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Madeleine Delbrel
Una Santità ordinaria
Nell’ultimo decreto della Congregazione per le Cause dei santi
la figura di una donna del Novecento che ha precorso il Vaticano II e la Chiesa di Papa Francesco.

Ua missionaria laica delle periferie, una donna che sapeva parlare di Dio in modo intenso, una mistica tra poesia e impegno sociale, una di quelle che sanno anticipare le svolte e precorrere i tempi.  I suoi scritti e le sue poesie ci siano di aiuto a vivere la nostra secolarità incarnata nelle minuscole cose quotidiane.
Nata nel 1904 a Mussidan nella Francia sudoccidentale, in una famiglia borghese - il padre era ferroviere - non praticante, a 17 anni, trasferita a Parigi, Madeleine affida ad un tema tutto il suo pessimismo di adolescente: «Il mondo è un assurdo, la vita è un non senso»
 
Solo un anno dopo l’incontro con Jean Maydieu, suo coetaneo studente di ingegneria politicamente impegnato, le fa intravvedere un futuro possibile: sembra una coppia ideale, ma lui entrerà nel noviziato domenicano e per Madeleine si spalanca il baratro anche per la coincidenza della sopraggiunta cecità del padre con conseguente perdita del lavoro. «In quel momento avrei dato tutto l’universo, pur di sapere che cosa facessi dentro il mondo!», scrisse.

Nel suo animo riflessivo affiorano le domande…: «Dio potrebbe forse esistere?» unite al ricordo di una citazione da Santa Teresa d’Avila ascoltata con Jean: pensare a Dio in silenzio per almeno 5 minuti al giorno. Di qui la conclusione coraggiosa: «Decisi di pregare!», non perché credente, bensì per l’ipotesi che Dio avrebbe potuto esistere.
 
Il risultato è impetuoso e totalizzante: in ginocchio per ore è immersa nella luce o, come dirà più tardi, vive un’esperienza di «abbagliamento».
 
Parafrasando sant’Agostino: «Tu vivevi e io non ne sapevo niente. Avevi fatto il mio cuore a tua misura, la mia vita per durare quanto Te e, poiché non eri presente, il mondo intero mi appariva piccolo e stupido e il destino degli uomini insulso e cattivo». Con l’entusiasmo dei 20 anni sceglierebbe il Carmelo se non fosse per la grave situazione familiare che la tiene legata ai suoi.
 
Un’altra decisione coraggiosa: se il Carmelo non è possibile, sarà il mondo a diventare il suo monastero. «Mio Dio, se tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?». Santa Teresa, san Giovanni della Croce e Charles de Foucauld sono le sue guide spirituali, mentre Padre Jacques Lorenzo, il “Buon Samaritano della Parola”, le propone di entrare negli scout dov’è cappellano. Esuberante e vulcanica - «l’eternità in ogni istante della giornata» - scrive poesie, anima incontri di squadriglia, canta e prega all’insegna di una sola parola d’ordine: «gioia» e un suo scritto sarà proprio “La gioia di credere”.
 
Venuta a conoscenza dell’opera di san Vincenzo de’ Paoli, insieme ad una ventina di amiche decide di formare il gruppo “Charité” anticipando gli Istituti Secolari, una vita in comune da laiche, vergini nel mondo, una vita di «gente ordinaria», di missionarie «senza battello».
 
«Il mio sogno è che il nostro gruppo sia nella Chiesa come il filo di un vestito. Il filo tiene assieme i pezzi e nessuno lo vede, se non il sarto che ce l’ha messo. Se il filo si vede, allora il vestito è riuscito male».
 
Sogna di andare tra i poveri della banlieue di Parigi: già infermiera, nel 1937 conseguirà anche il diploma di assistente sociale.
 
Delle compagne iniziali la seguiranno solo in due, Suzanne infermiera ed Hélène maestra d’asilo, ma il 15 ottobre 1933 apre il “Centro di azione sociale”. Il contesto è ateo e comunista, salvo uno sparuto gruppo di cattolici benestanti, nella comunità però vige una massima: «Dio non ha mai detto: Amerai il prossimo tuo come te stesso, eccetto i comunisti». L’accoglienza è totale e ricambiata.
 
Nel 1938 sulla rivista Etudes Carmélitaines pubblicherà un testo programmatico dal titolo “Noi, gente di strada”: «La nostra solitudine non è essere soli... La nostra solitudine è incontrare Dio dovunque e Dio chiede: “Seguimi in strada!”», con un’espressione di oggi, una missionaria delle periferie. Quotidianamente affida i suoi pensieri alla carta a metà tra poesia e preghiera: versi immediati, vibranti di entusiasmo e voglia di vivere nel quotidiano per il Signore.
 
È pronta a «danzare» ogni giorno e, «se qualcuno ti urta, rispondere con un sorriso perché anche questo è danza».
 
«Ogni piccola azione è un avvenimento immenso in cui ci è dato il Paradiso e in cui possiamo dare il Paradiso. Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina… tutto questo non è che la scorza di una realtà splendida: l’incontro dell’anima con Dio, incontro ogni minuto rinnovato, ogni minuto che diventa, nella grazia, sempre più bello per il proprio Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Una informazione?... Eccola: è Dio che viene ad amarci. È l’ora di mettersi a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci. Lasciamolo fare».
 
«Inizia un altro giorno. Gesù vuol viverlo in me. Lui non si è isolato. Ha camminato in mezzo agli uomini. Con me cammina tra gli uomini d’oggi». «Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo. Il giorno in cui ci mancasse, significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo. Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi».
 
Secondo Hans Urs von Balthasar la personalità e gli scritti di Delbrêl manifestano qualità contrastanti e paradossali: da un lato profonda serietà e dall’altro humour sorridente; da un lato un infantile «sapersi di Dio» e dall’altro un forte realismo in tema di analisi sociali e psicologiche; da un lato l’appartenenza ecclesiale vissuta fin nel midollo e dall’altro un’assoluta libertà dagli standard ecclesiastici.
 
Se il mondo è il suo monastero, si può pregare anche in metrò.
 
«Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora. Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati».
 
Madeleine accoglierà con favore la nascente esperienza dei preti operai che si calano nel mondo del lavoro di fabbrica condividendo la fatica del prossimo, non senza incomprensioni.
 
Piena di speranza per l’avvento di Giovanni XXIII e l’apertura del Vaticano II - è membro della Commissione preparatoria sulle missioni - il 13 ottobre 1964, Madeleine si accasciava sul suo tavolo di lavoro colpita da ictus cerebrale.
continua...

novembre - dicembre 2022

La passione delle pazienze

La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati.

Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi. La passione, noi l'attendiamo.

Noi l'attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi: sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti; è l’autobus che passa affollato; il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono, i bambini che imbrogliano tutto. È il telefono che si scatena; quelli che noi amiamo e non ci amano più.

È la voglia di tacere e il dover parlare, è la voglia di parlare e la necessità di tacere; è voler uscire quando si è chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire; è il disgusto della nostra parte quotidiana.

È il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando - per dare la nostra vita - un'occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che, come ci son rami che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l'indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
È la passione delle pazienze.

“Non tutti i martiri sono sanguinosi ma ogni vita è destinata all'offerta: se non in un unico grande sacrificio, lo è sull'altare delle pazienze, piccole, ingrate, banali, continue”.   
La pazienza è la calma accettazione
che le cose possono accadere
in un ordine diverso da quello che hai in mente.
(David G. Allen)         
continua...

gennaio - febbraio
2023

Quando ci si abbandona ad esse senza resistenza, ci si ritrova meravigliosamente liberati da sé stessi. Si galleggia nella Provvidenza come un turacciolo di sughero nell'acqua. E non facciamo gli orgogliosi: Dio non affida nulla al caso; le pulsazioni della nostra vita sono sconfinate, perché egli le ha volute tutte. Ci afferrano dall'attimo del risveglio.
Il trillo del telefono. La chiave che gira male nella toppa. L'autobus che non arriva, che è zeppo, o che se ne va senza aspettarci.
Il nostro vicino di sedile che occupa tutto il posto, il vetro che vibra fino a stordirci. E', ancora, l'ingranaggio della giornata: una pratica che ne chiama un'altra, un certo lavoro che non abbiamo scelto. È il tempo con le sue variazioni raffinate perché assolutamente pure da ogni volontà umana.
È l'avere freddo o avere caldo, l'emicrania o il mal di denti. La gente che si incontra. e conversazioni che i nostri interlocutori scelgono. Il signore maleducato che ci urta sul marciapiede. Le persone che hanno voglia di perdere tempo e che ci acchiappano.

L'obbedienza, per noi, gente della strada, è piegarci alle manie della nostra epoca quando sono senza malizia.

È avere i vestiti di tutti, le abitudini di tutti, il linguaggio di tutti. È, quando si vive in parecchi, dimenticare di avere un gusto e lasciar le cose al posto che gli altri han dato loro. L'esistenza diventa così una specie di grande film al rallentatore. Non ci dà la vertigine. Non ci fa ansimare. Corrode a poco a poco, fibra per fibra, la trama dell'uomo vecchio, una trama non più raccomandabile e che bisogna rinnovare totalmente.

Quando ci saremo abituati a consegnare la nostra volontà all'arbitrio di tante piccole cose, non troveremo più difficile, all'occasione, fare la volontà del nostro caposervizio, di nostro marito, dei nostri genitori. Allora possiamo sperare che ci sia facile anche la morte. Non sarà una cosa grande, ma una successione di piccole sofferenze ordinarie accettate una dopo l'altra.

L'amore
Noi delle strade siamo certissimi di poter amare Dio sin quando avrà voglia di essere amato da noi. Non pensiamo che l'amore sia una cosa che brilla, ma una cosa che consuma; pensiamo che fare tutte le piccole cose per Dio ce lo fa amare altrettanto che il compiere grandi azioni.

D’altra parte, pensiamo di essere molto male informati sulla misura dei nostri atti. Non sappiamo che due cose: la prima, che tutto quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa Dio è grande. Questo ci rende tranquilli di fronte all'azione. Sappiamo che ogni nostro lavoro consiste nel non gesticolare sotto la grazia, nel non scegliere le cose da fare, e che Dio agirà per nostro mezzo.

Non c'è niente di difficile per Dio, e chi teme la difficoltà si crede capace di agire. Poiché troviamo nell'amore un'occupazione sufficiente, non abbiamo cercato il tempo per classificare gli atti in preghiere e in azioni. Troviamo che la preghiera è un'azione e l'azione una preghiera; ci sembra che l'azione veramente amorosa sia tutta piena di luce.

Al contrario, ci sembra che l'azione perfettamente compiuta là dove ci venga reclamata innesta noi in tutta la Chiesa, ci diffonde in tutto il suo corpo, ci fa disponibili in essa. I nostri passi camminano in una strada, ma il nostro cuore batte nel mondo intero. È per questo che i nostri piccoli atti, nei quali non sappiamo distinguere fra azione e preghiera, uniscono così perfettamente l'amore di Dio e l'amore dei nostri fratelli.
Il fatto di abbandonarci alla volontà di Dio ci consegna nello stesso istante alla Chiesa che da questa volontà medesima è resa costantemente salvatrice e madre di grazia. Ciascun atto docile ci fa ricevere pienamente Dio e dare pienamente Dio in una grande libertà di spirito. Allora la vita è una festa. Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso.
Non importa che cosa dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una penna stilografica. Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina. Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l'incontro dell'anima con Dio rinnovata ad ogni minuto, che ad ogni minuto si accresce in grazia, sempre più bella per il suo Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Un'informazione? ...eccola: è Dio che viene ad amarci.

È l'ora di metterci a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci.

Lasciamolo fare.
continua...
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