Giubileo: 2015 anno della Misericordia - Apostole del Sacro Cuore

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Dieci cose da sapere sul
Giubileo della Misericordia
Dalla Porta Santa alla Misericordia,
dai Missionari al logo e al motto dell'evento

La Santa Sede e il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco: quali sono le 10 cose da sapere?
Le hanno spiegate nella conferenza stampa di presentazione Monsignor Salvatore Fisichella,
Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
e Monsignor Graham Bell, Sottosegretario del medesimo Pontificio Consiglio

1) NESSUN CONFRONTO CON IL GIUBILEO DEL 2000
E’ bene ribadire che il Giubileo della Misericordia non è e non vuole essere il Grande Giubileo dell’Anno 2000. Ogni confronto è privo di significato perché ogni Anno santo porta con sé la sua peculiarità e le finalità proprie. Il Papa desidera che questo Giubileo sia vissuto a Roma così come nelle Chiese locali; questo fatto comporta un’attenzione particolare alla vita delle singole Chiese e alle loro esigenze, in modo che le iniziative non siano un sovrapporsi al calendario, ma tali da essere piuttosto complementari.

2) LA PORTA DELLA MISERICORDIA
Per la prima volta nella storia dei Giubilei viene offerta la possibilità di aprire la Porta Santa – Porta della Misericordia – anche nelle singole diocesi, in particolare nella Cattedrale o in una chiesa particolarmente significativa o in un Santuario di particolare importanza per i pellegrini.

3) INIZIO NEL GIORNO DELL'IMMACOLATA
Le due date indicative saranno l’8 dicembre 2015 solennità dell’Immacolata Concezione che segna l’apertura della Porta Santa nella Basilica di San Pietro e il 20 novembre 2016, Solennità di Gesù Cristo Signore dell’Universo, che costituisce la conclusione dell’Anno Santo. All’interno di queste due date si sviluppa un calendario di celebrazioni con differenti eventi.

4) GIUBILEO TEMATICO
La storia dei Giubilei si caratterizza per la scadenza dei 50 e dei 25 anni. I due Giubilei straordinari hanno rispettato la scadenza dell’anniversario della redenzione compiuta da Cristo (1933, 1983). Questo è invece un Giubileo tematico. Si fa forte del contenuto centrale della fede e intende richiamare la Chiesa alla sua missione prioritaria di essere segno e testimonianza della misericordia in tutti gli aspetti della sua vita pastorale.

5) MISERICORDIA E CONVERSIONE
Il tema della Misericordia con la quale Papa Francesco ha immesso la Chiesa nel cammino giubilare potrà essere un momento di vera grazia per tutti i cristiani e un risveglio per continuare nel percorso di nuova evangelizzazione e conversione pastorale che il Papa ha indicato.

6) DIALOGO CON LE ALTRE FEDI
In tal senso, è centrale il richiamo fatto da Papa Francesco all’Ebraismo e all’Islam per ritrovare proprio sul tema della Misericordia la via del dialogo e del superamento delle difficoltà che sono di dominio pubblico.

7) I MISSIONARI DELLA MISERICORDIA
Un ulteriore tratto di originalità del Giubileo è offerto dai Missionari della Misericordia. Papa Francesco darà loro il mandato il Mercoledì delle Ceneri con la celebrazione in san Pietro. I Missionari dovranno essere sacerdoti pazienti, capaci di comprendere i limiti degli uomini, ma pronti ad esprimere l’afflato del buon Pastore, nella loro predicazione e nella confessione.

8) IL SIGNIFICATO DEL LOGO
Il logo è opera di p. M. I. Rupnik. L’immagine, molto cara alla Chiesa antica, che indica l’amore di Cristo che porta a compimento il mistero della sua incarnazione con la redenzione, propone il Figlio che si carica sulle spalle l’uomo smarrito. Il disegno è realizzato in modo tale da far emergere che il Buon Pastore tocca in profondità la carne dell’uomo e lo fa con amore tale da cambiargli la vita.

9) IL MOTTO DELL'EVENTO
Nel motto del logo, tratto da Lc 6,36, "Misericordiosi come il Padre", si propone di vivere la Misericordia sull’esempio del Padre che chiede di non giudicare e di non condannare, ma di perdonare e di donare amore e perdono senza misura (cfr Lc 6,37-38).

10) PORTALE INTERNET IN 7 LINGUE
Il sito internet ufficiale del Giubileo è: www.iubilaeummisericordiae.va, accessibile anche all’indirizzo www.im.va. Il sito è disponibile in sette lingue: Italiano, Inglese, Spagnolo, Portoghese, Francese, Tedesco e Polacco. Nel sito si potranno trovare le informazioni ufficiali sul calendario dei principali eventi pubblici, le indicazioni per la partecipazione agli eventi con il Santo Padre e ogni altra comunicazione ufficiale relativa al Giubileo.

Tutto l’«innominabile» che invoca misericordia.
Verso il Giubileo, risfogliando i “Promessi Sposi”


«Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!»

Sono le parole che Lucia Mondella, protagonista femminile dei "Promessi Sposi", rivolge per due volte all’Innominato in quel XXI capitolo del romanzo manzoniano che ne costituisce il punto di svolta, l’inizio di un lento processo attraverso cui il disegno di male in cui i protagonisti dell’opera si erano trovati invischiati e travolti viene reso vano e ribaltato fino all’affermazione di un disegno diverso, provvidenziale, di bene e di perdono.
Ho ripensato al libro che, come tutti gli italiani, ho conosciuto sui banchi di scuola, riflettendo sull’ Anno Santo straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco:
«La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; […] di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle "periferie" dell’esistenza; di seguire il Maestro che disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano"».


 
Mi sembra che il Giubileo abbia già il suo romanzo. È il capolavoro di Manzoni, da riscoprire e gustare in maniera nuova. Come l’irruzione di un vento di cambiamento nella vicenda esistenziale, spesso ripetitiva, affannata, sofferente, degli uomini e delle donne. È un invito a considerare la possibilità di un inizio lieve e differente, che cancelli le lentezze, le pesantezze, le tristezze, che ognuno e ogni società hanno accumulato nel passato.
 
Per bocca di Lucia, Manzoni ci trasmette una grande verità, che il Padre non aspetta altro che perdonarci, che per farlo "si accontenta" di un’opera di misericordia.
 
«Compisca l’opera di misericordia», incalza Lucia vedendo l’Innominato scosso dalle sue parole.

C’è, nell’intuizione del Papa, la coscienza di quanto il mondo sia assetato di parole e gesti di misericordia. Ma questa è anche la consapevolezza e l’esperienza di ciascuno di noi, spettatori di un tempo in cui le guerre si succedono alle guerre (si pensi al solo Medio Oriente: prima la Siria, poi l’Iraq, poi la Libia, ora lo Yemen… come un domino diabolico, che nega la pausa della misericordia, che non ha paura dell’avvitarsi dell’escalation), gli attentati ciechi eppure mirati (Pakistan, Tunisia, Nigeria, Kenya...), la disperazione crescente (un sentimento che spinge tanti nel Sud del mondo agli estremi della violenza diffusa e dell’emigrazione, tanti in Occidente nella prigione della solitudine e, a volte, della follia).
 
C’è tanto di innominabile in questo mondo. Guerre, terrorismo, nichilismo, disprezzo, abbandono, indifferenza; e poi negazione dell’infanzia, scarto della vecchiaia, rifiuto dei poveri e non della povertà imposta e subita. C’è dimenticanza e de considerazione per i nomi belli della pace, del dialogo, della solidarietà, della compassione. Di fronte al tragico agitarsi degli Innominati di questo tempo, nonché di tutto ciò che di innominato vi è, tanto sugli scenari globali, quanto nei nostri percorsi individuali, si staglia un invito, una proposta: «Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: – Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! – […]; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza».

«Dio ha operato in voi il prodigio della misericordia», dirà poche pagine dopo il cardinal Federigo all’Innominato, in quell’incontro che è tra le pagine più amate da Bergoglio, come su "Avvenire" ci ha rivelato Stefania Falasca.
 
Sempre la misericordia è un prodigio. Sempre è la trasformazione di una storia che sembrava incanalata in una direzione scontata, indifferente al bene o complice del male, ma alla fin fine senza prospettiva. Essa è la risposta di Dio a ciò che di sbagliato e di bloccato è presente nel mondo e nella vicenda umana, la premessa e la prova che – come amava dire Giovanni Paolo II – «la storia è piena di sorprese».


Perdonare le offese: la quinta opera di Misericordia spirituale

Perdonare significare dimenticare il male ricevuto, senza sfruttare la situazione per rendiconto personale, senza usare parole che richiamino fatti precedenti
6 NOVEMBRE 2016 - OSVALDO RINALDI - GIUBILEO DELLA MISERICORDIA (Fonte: zenit.org)

Foto: Andrartes - Pixabay (CC0 PD)

L’uomo è un essere relazionale che si realizza nei rapporti con gli altri. Avere una amicizia è una immensa ricchezza, perché diventa una ragione di dialogo sincero, di crescita umana e di profonda maturazione. Tutte le vocazioni umane sono una uscita da sé stessi, per vivere la propria esistenza insieme ad altri. Il matrimonio significa divenire una sola carne ed un cuore solo tra marito e moglie. La vita sacerdotale è un vivere interamente l’amore a Cristo e il servizio alla Chiesa. La vita consacrata è la disponibilità ad una relazione sponsale con Cristo all’interno della comunità cristiana.

Tutte le relazioni sono però minacciate dal pericolo delle offese. Ogni legame è un cordone sottile, il quale può essere spezzato quando si commette una colpa contro qualcuno o quando non si accetta di perdonare un male ricevuto. Per questo il perdonare non è una questione opzionale, o decorativa all’interno delle dinamiche relazionali. Perdonare è quella preziosa cucitura che ristabilisce il legame, la saldatura spirituale che rinsalda il rapporto, l’abbraccio che accoglie colui che si era allontanato.

Perdonare non è uno sforzo umano ma un dono della grazia. La sera del giorno di Pasqua, Gesù risorto alitò sugli apostoli donando loro la grazia di perdonare. Lo Spirito Santo è quel soffio divino che spazza la polvere dalla nostra anima, per lungo tempo rinchiusa in un lungo giudizio che l’ha resa tenebrosa e angosciata. Lo Spirito Santo è quella soave brezza che rinfresca il cuore dell’uomo infiammato dall’odio e dalla vendetta.

Il perdono è una grazia da chiedere nella preghiera. Aprire il cuore a Dio, per permettergli di perdonare quelle parole o quei comportamenti che ci hanno ferito, avviene all’interno di un dialogo e di ascolto con Dio nell’orazione personale. Pregare significa avere gli occhi bassi, battersi il petto, dichiararsi peccatore davanti a Dio e confidare nella forza della misericordia divina capace di alzare gli umili e di abbassare i superbi.

Perdonare le offese è fare memoria del perdono ricevuto da Dio. La preghiera del Padre lega il perdono da ricevere al perdono da offrire. Dio offre sempre il suo perdono, rendendoci immensamente debitori verso di Lui. Noi accumuliamo un debito smisurato verso Dio, ma Egli sempre è disponibile a condonare gratuitamente e prontamente. Dio ci libera dalla schiavitù della colpa e ci rende la libertà di figli amati e perdonati da Dio.

Il perdono non è una questione solo personale ma comunitaria. Quando veniamo perdonati da Dio, siamo risollevati da quel senso di oppressione ed insoddisfazione, per restituire il perdono a coloro che ci hanno offeso. Ogni volta che pensiamo di non dover perdonare qualcuno, è il momento di ricordarsi di quante volte siamo stati perdonati da Dio. Come dice spesso Papa Francesco, Dio mai si stanca di perdonarci, mentre noi tendiamo sempre a dimenticarci del perdono ricevuto.
Dio perdona e dimentica il male commesso, e l’uomo è chiamato a fare memoria del perdono ricevuto per riversarlo su coloro che lo hanno offeso. Il perdono è un viaggio dal cuore alle labbra.

Perdonare significare dimenticare il male commesso, senza ricordare il torto ricevuto, senza sfruttare la situazione per rendiconto personale, senza usare parole che richiamino fatti precedenti.

Perdonare le offese è un momento di grazia per chiedere perdono per le proprie colpe. Quando qualcuno ci offende, siamo chiamati a compiere un gesto di umiltà, domandoci quante volte abbiamo offeso qualcuno, e non ci è passato per la mente di chiedere perdono. L’offesa ricevuta è un invito per riconciliarsi con gli altri, altrimenti rischia di diventare un baratro tra le nostre esistenze. Se il perdono è un ponte, il rancore è una voragine che trascina verso la mediocrità, l’indifferenza e il distacco.
Quindi riconciliarsi con una persona significa colmare un vuoto dell’anima che permette di avvicinarci agli altri e facilita il vivere insieme. Dio perdona i nostri peccati per consentirci di amare il prossimo: se noi non perdoniamo, la relazione si inclina e lasciamo scivolare lontano da noi la vita dell’altra persona.

Amare tanto è la via per essere perdonati. Se Dio perdona sempre, l’uomo non sempre è capace di perdonare subito ed interamente. Una ferita necessità di tempo prima di rimarginarsi, richiede tante cure prima di cicatrizzarsi. Così è l’animo umano: l’uomo ha bisogno di tempo per perdonare. Quando passa il dolore allora sboccia il desiderio del perdono.

Il perdonare dell’uomo spesso è parziale, perché non riesce a perdonare del tutto, ma rimane nel suo cuore sempre uno spazio di riserva, che può trasformarsi in un muro di difesa o in una barriera di protezione. L’uomo riceve la forza e il coraggio di abbattere queste riserve con la partecipazione dei sacramenti e con la grazia della preghiera.
Una diretta conseguenza dell’opera di misericordia di perdonare le offese è quella del cambiamento della vita. Tanti personaggi evangelici hanno trasformato la loro vita dopo l’incontro ristoratore e liberatore con Gesù.
Zaccheo ha riconosciuto il perdono di Dio quando Gesù ha manifestato l’intenzione di andare a casa sua. Da quel momento ha trasformato la sua esistenza passando da essere una persona avida di denaro ad una persona generosa, da un uomo ingiusto ad un uomo altruista, da un peccatore pubblico disprezzato ad un uomo benefattore che elargisce con abbondanza i suoi beni nel segreto.
Restituire di più di quanto si è rubato è l’immagine del riscatto del peccatore, il quale copre con l’elemosina il male commesso. La misericordia di Dio quando entra nel cuore dell’uomo non si limita a restituire il sottratto, ma dona anche con abbondanza per riparare il male provocato.

La donna peccatrice piange sui piedi di Gesù, li bagna con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli. L’adorazione è un l’atteggiamento spirituale per ricevere la grazia di perdonarsi e di perdonare.

Il pubblicano Matteo offre un banchetto nella sua casa per festeggiare l’incontro con Gesù e la sua chiamata ad essere discepolo. La disponibilità all’accoglienza, rendendosi disponibile ad aprire le porte della propria casa, è la via silenziosa che prepara a ricevere ed offrire il perdono.

Messa di Chiusura Giubileo - Omelia di Papa Francesco


Messa per la chiusura del Giubileo - AP

La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo corona l’anno liturgico e questo Anno santo della misericordia. Il Vangelo presenta infatti la regalità di Gesù al culmine della sua opera di salvezza, e lo fa in un modo sorprendente. «Il Cristo di Dio, l’eletto, il Re» (Lc 23,35.37) appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete.
Davvero il regno di Gesù non è di questo mondo (cfr Gv 18,36); ma proprio in esso, ci dice l’Apostolo Paolo nella seconda lettura, troviamo la redenzione e il perdono (cfr Col 1,13-14). Perché la grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa. Per questo amore Cristo si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono; ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi. In questo modo il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,7). Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura.
Oggi, cari fratelli e sorelle, proclamiamo questa singolare vittoria, con la quale Gesù è divenuto il Re dei secoli, il Signore della storia: con la sola onnipotenza dell’amore, che è la natura di Dio, la sua stessa vita, e che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,8). Con gioia condividiamo la bellezza di avere come nostro re Gesù: la sua signoria di amore trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia.
Sarebbe però poca cosa credere che Gesù è Re dell’universo e centro della storia, senza farlo diventare Signore della nostra vita: tutto ciò è vano se non lo accogliamo personalmente e se non accogliamo anche il suo modo di regnare. Ci aiutano in questo i personaggi che il Vangelo odierno presenta. Oltre a Gesù, compaiono tre figure: il popolo che guarda, il gruppo che sta nei pressi della croce e un malfattore crocifisso accanto a Gesù.
    Anzitutto, il popolo: il Vangelo dice che «stava a vedere» (Lc 23,35): nessuno dice una parola, nessuno si avvicina. Il popolo sta lontano, a guardare che cosa succede. È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile, che inquieta il nostro io, che scomoda. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi. Ma il popolo santo, che ha Gesù come Re, è chiamato a seguire la sua via di amore concreto; a domandarsi, ciascuno ogni giorno: “che cosa mi chiede l’amore, dove mi spinge? Che risposta do a Gesù con la mia vita?”
    C’è un secondo gruppo, che comprende diversi personaggi: i capi del popolo, i soldati e un malfattore. Tutti costoro deridono Gesù. Gli rivolgono la stessa provocazione: «Salvi se stesso!» (cfr Lc 23,35.37.39) È una tentazione peggiore di quella del popolo. Qui tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo (cfr Lc 4,1-13), perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici! Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore: «salva te stesso» (vv. 37.39); non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo. Ma di fronte a questo attacco al proprio modo di essere, Gesù non parla, non reagisce. Non si difende, non prova a convincere, non fa un’apologetica della sua regalità. Continua piuttosto ad amare, perdona, vive il momento della prova secondo la volontà del Padre, certo che l’amore porterà frutto.
Per accogliere la regalità di Gesù, siamo chiamati a lottare contro questa tentazione, a fissare lo sguardo sul Crocifisso, per diventargli sempre più fedeli. Quante volte invece, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio. Quest’Anno della misericordia ci ha invitato a riscoprire il centro, a ritornare all’essenziale. Questo tempo di misericordia ci chiama a guardare al vero volto del nostro Re, quello che risplende nella Pasqua, e a riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell’amore, missionaria. La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca.
Nel Vangelo compare un altro personaggio, più vicino a Gesù, il malfattore che lo prega dicendo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: «oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi.
Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza. Come Dio crede in noi stessi, infinitamente al di là dei nostri meriti, così anche noi siamo chiamati a infondere speranza e a dare opportunità agli altri. Perché, anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza.
    Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore. Ringraziamo per questo e ricordiamoci che siamo stati investiti di misericordia per rivestirci di sentimenti di misericordia, per diventare noi pure strumenti di misericordia. Proseguiamo questo nostro cammino, insieme.
Ci accompagni la Madonna, anche lei era vicino alla croce, lei ci ha partorito lì come tenera Madre della Chiesa che tutti desidera raccogliere sotto il suo manto. Ella sotto la croce ha visto il buon ladrone ricevere il perdono e ha preso il discepolo di Gesù come suo figlio.
È la Madre di misericordia, a cui ci affidiamo: ogni nostra situazione, ogni nostra preghiera, rivolta ai suoi occhi misericordiosi, non resterà senza risposta

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