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Caso Fabo.
Mons. Paglia: "Morte di una persona è sempre una sconfitta"
Autore: Giancarlo La Vella
Intervista integrale su radiovaticana.va

Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, cieco e tetraplegico in seguito ad un incidente d'auto avvenuto tre anni fa, è morto in Svizzera dopo essersi sottoposto alla cosiddetta eutanasia attiva. Un episodio che, al di là del giudizio sul caso singolo, interroga ancora una volta le coscienze sul fine vita. Il servizio di Giancarlo La Vella:
“Porre fine ad una vita è sempre una sconfitta. Tutto questo deve rattristarci tutti, e anche interrogarci". E’ il commento di mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Sulle polemiche per la mancanza in Italia di una norma sul fine vita l'arcivescovo ha aggiunto: "La legge non può per sua natura regolamentare situazioni così drammatiche; si rischia di creare 'la cultura dello scarto di cui parla il Papa". Fabo ha morso con i denti un pulsante per attivare l'immissione del farmaco letale. Sentiamo Alberto Gambino, presidente dell’associazione “Scienza e Vita”:

"Per quanto riguarda il caso singolo c'è grande tristezza e cordoglio verso la famiglia; sulla vicenda del fine vita, invece, dobbiamo dire che si sta montando una facile strumentalizzazione sul fatto che l'Italia non abbia una legge che consente di portare al termine ultimo vicende come quella di dj Fabo. Ma dare spazio a quel tipo di leggi significa disattendere il principio di solidarietà, che è il cardine della nostra carta costituzionale. Se passasse il principio che il medico e lo Stato devono sempre assecondare la volontà di un paziente, si finirebbe per ritenere che alcune disabilità e alcune malattie sono un peso per la società. Questo sarebbe molto grave, perché invece proprio in questi casi c'è bisogno di assistenza, solidarietà, conforto, aiuto. Invece, nel caso in cui ci troviamo davanti a una disabilità, che provoca sicuramente grande sconforto, non significa che la vita sia finita. Ecco, se questi due confini si avvicinano, il rischio è che prenda piede una visione della malattia e della disabilità come qualcosa di non più accettabile. Questo sarebbe davvero un capovolgimento dei principi democratici e di civiltà degli ordinamenti occidentali"

Ma su una questione così delicata non sono solo le istituzioni che devono affrontare il problema, ma tutta la società civile. Massimo Gandolfini, presidente del comitato “Difendiamo i nostri figli”:

"La coscienza di chiunque rimane profondamente addolorata e amareggiata di fronte a un evento del genere. Ci troviamo davanti a una persona che chiede di morire e ci sono una società e una classe medica, che, invece di aiutare la persona stessa, trasformano questo desiderio in un diritto e ne determinano la morte. Dal punto di vista della deontologia medica, credo si tratti di una gravissima caduta verso il basso, ma anche dal punto di vista della società, perché quando ci troviamo di fronte a casi così drammatici e dolorosi è sin troppo facile lavarci la coscienza dicendo che si fa la volontà altrui e la responsabilità è la sua. La responsabilità, invece, è nostra. Forse non sappiamo dare risposte di senso sufficienti con la nostra vita, oltre che con la nostra cultura a persone che certamente vivono in condizioni di sofferenza estrema. La vita è il bene che è a fondamento di tutti gli altri diritti nobili che afferiscono alla persona umana. Se si comincia a violare la vita umana, verranno uno a uno a cadere tutti gli altri diritti compreso il diritto alla libertà. La libera scelta e l'autodeterminazione devono avere un limite: quello della indisponibilità della vita umana.
Compagnia Apostole del Sacro Cuore
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